Maltrattamenti e abusi: la violenza di genere

Maltrattamenti e abusi: la violenza di genereMaltrattamenti e abusi nella violenza di genere: la violenza domestica con scenari, comportamenti, interventi – il gaslighting e le conseguenze della violenza nelle relazioni intime sulla salute delle vittime e degli spettatori.

La violenza domestica: scenari, comportamenti, interventi

Per descrivere il contesto complesso della violenza domestica, mi sembra efficace la descrizione e la testimonianza di lavoro di un operatore sul campo con profonda esperienza pluriennale.

Riporto dunque un brano tratto da Simonetta Agnello Hornby – Marina Calloni “Il male che si deve raccontare – per cancellare la violenza domestica” – Feltrinelli editore, Milano, maggio 2013.

La violenza avviene prevalentemente in casa. L’aggressore inizia con il colpire la vittima la sera, da solo, spesso dopo aver bevuto, o la mattina quando i bambini dormono ancora, o nei giorni di festa.

Con il passare del tempo può perdere le inibizioni e colpirla a qualsiasi ora, davanti ai figli, alle amiche, ai parenti, e perfino all’aperto, senza ritegno e senza paura delle conseguenze.

I testimoni della violenza raramente ne parlano. Per paura, per vergogna, e perché si sentono impotenti.

La violenza domestica è corporea e manuale: mani, piedi, bocca. Le armi bianche, specialmente i coltelli, sono molto usate, e così anche martelli, pesi e manganelli. Raramente in Inghilterra si usano le armi da fuoco. Quando la violenza diventa sevizia e crudeltà sfocia nel sado-masochismo.

E’ raro che i rapporti tra vittima e aggressore siano violenti sin dall’inizio. Tuttavia, di recente la stampa inglese ha riportato i risultati di alcune ricerche da cui sembra che i rapporti tra i giovanissimi siano improntati a una violenza maggiore rispetto al passato: sotto accusa la televisione, il cinema e il comportamento di certi personaggi famosi, che subiscono violenza dai loro compagni e anche quando li lasciano poi ritornano da loro.

Sappiamo che la violenza esplode più facilmente durante i preparativi per le vacanze e le feste o in villeggiatura, quando si sta di più insieme e spesso gli spazi sono ristretti – l’automobile, il camper, la tenda, una camera d’albergo. Oppure esplode in cucina, mentre la vittima sta preparando il pasto per la famiglia e l’aggressore le ronza attorno o la guarda, torvo, da lontano. Oppure quando un figlio è malato e la madre lo accudisce amorevolmente, sottraendo tempo al padre. Oppure ancora, quando la coppia si ritrova sola in casa perché i bambini sono dai nonni o da amici.

La violenza scaturisce spesso da un cambiamento nel rapporto di coppia – matrimonio, gravidanza, nascita di un figlio con conseguente senso di esclusione del padre, disoccupazione, successo della donna sul lavoro.

Nasce anche da sentimenti, sensazioni, fatti, avvenimenti di cui la vittima è all’oscuro o che non ha cosciamente provocato. Ma l’aggressore la accusa di esserne responsabile.

Come seguendo un copione, le donne raccontano le sofferenze fisiche – braccia rotte, costole incrinate, ferite, bruciature – e altre più atroci, come stupro e incesto. Il loro atteggiamento è quello di chi sapeva di esserla cercata e si sentiva colpevole per aver risvegliato l’aggressività del proprio uomo: amante, marito, padre, dei propri figli. Mi dicono che lui aveva subìto violenza da bambino o da ragazzo, e per questo avevano sopportato i pestaggi, le parolacce, le umiliazioni. Si sentivano indegne e incapaci. Hanno paura di perdere i figli. E non hanno nessuno che le sostenga. Da parte loro, gli uomini negano e attaccano la reputazione e l’affidabilità delle donne; più negano, più quelle si sentono in colpa: “l’ho provocato, non avrei dovuto rispondergli in quel modo. E’ colpa mia, mi creda,” ripetono, e mi guardano con occhi pieni di vergogna.

Le vittime si sentono responsabili di quanto io vedevo sul loro corpo e talvolta anche su quello dei loro figli: lividi, abrasioni, tagli. Queste donne senza speranza non avevano alcun rispetto di sé. Molte ritrattavano su pressione non dell’aggressore ma della loro famiglia di origine. Temevano di non essere credute dal giudice. Avevano paura di incontrare l’aggressore faccia a faccia nella sala d’aspetto di un tribunale, e di dover testimoniare al processo.

Sapevano che in aula non avrebbero avuto nessuno che desse loro sostegno. Una mi fece ascoltare un messaggio nella segreteria del telefonino: “Vai pure dall’avvocato! Diglielo cosa ti ho fatto, bugiarda! E io spiegherò nell’aula del tribunale quello che tu, schifosa, hai fatto a me. Mi hai rovinato la vita! E’ tutta colpa tua!”.

La violenza domestica era un tabù, come l’incesto, e la gente era convinta che si vivesse meglio fingendo che non ci fosse. La solitudine della vittima era totale, e così la sua vergogna. Le amiche si defilavano, e non soltanto per paura di ripercussioni spiacevoli; venivano in ufficio per deporre a favore della vittima e se ne andavano incerte se avevano fatto la cosa giusta; poi, la telefonata: “Ho cambiato idea, non voglio testimoniare”. Oppure sparivano e non rispondevano alle mie lettere. Altri testimoni – il portiere, la vicina, la madre dell’amico del figlio, la maestra, e perfino gli stessi parenti – echeggiavano questo voler dimenticare, nascondere, perdonare, formando un coro che cresceva fino a diventare assordante.

Simonetta Agnello Hornby ha svolto la professione di avvocato per otto anni, è stata presidente part time dello Special Educational Needs and Disability Tribunal a Londra. Dal 2012 collabora con la Global Foundation for the Elimination of Domestic Violence.

LA VIOLENZA PSICOLOGICA ALL’INTERNO DELLA COPPIA: IL GASLIGHTING 

Nel 1944 il regista americano George Cukor produsse il film Gaslight, interpretato da Ingrid Bergman e Charles Boyer e tratto dall’opera teatrale Angel Street di Patrick Hamilton (1938). Il film, tradotto in italiano con il titolo Angoscia, è un dramma psicologico ambientato nella Londra vittoriana e incentrato sul rapporto tra due coniugi, nel quale il marito Gregory, uomo misterioso e carismatico, attraverso una sottile e diabolica strategia psicologica, conduce la più giovane moglie Paula sull’orlo della pazzia. Nel film, infatti, il perverso protagonista, attuando una manipolazione mentale lucida e costante, finalizzata a far dubitare la donna delle proprie facoltà mentali e del proprio esame di realtà, abbassa e alza le luci a gas (gaslight, appunto) della casa, attribuendo il fenomeno ad allucinazioni visive della moglie, della quale riesce a confondere il giudizio fino al punto di condurla alla convinzione di non essere più in grado di fidarsi delle proprie percezioni e di essere malata.

Sarà soltanto grazie al fortuito intervento di un detective , il quale farà affiorare la verità scoprendo l’indole psicopatica del marito e il suo intento criminale, che la vittima della sinistra manipolazione potrà alla fine salvarsi e riacquistare la propria lucidità.

Anche il film di Alfred Hitchcock Rebecca – la prima moglie (1940), tratto dal romanzo di Daphne du Maurier Rebecca (1938), è un chiaro esempio di gaslighting. Una timida ragazza diventa la moglie del vedovo Max De Winter, dopo averlo dissuaso dal suicidio. Nell’antica dimora dove la coppia vive, la nuova signora De Winter si accorge che tutti la considerano inferiore a Rebecca, la prima moglie di Max. In particolare la ragazza è sottoposta ai continui sbalzi d’umore del marito ed alla spettrale presenza della governante, signora Danvers. Quest’ultima, che vive nel ricordo della defunta, sottopone la nuova signora De Winter a continue umiliazioni, tanto da accenderle una sensazione di estraneità e farle nascere intenti suicidi.

Un meccanismo manipolativo

Il Gaslighting è inquadrabile in una forma di violenza psicologica e di abuso emozionale di cui la vittima difficilmente acquisisce consapevolezza e che, seppure tenda a manifestarsi prevalentemente nei rapporti di coppia, può svilupparsi anche in àmbiti diversi, quali quello familiare, lavorativo oppure amicale e pare non conoscere distinzioni di classe sociale e livello culturale.

In sintesi, si tratta di una sottile forma di violenza che può essere definita come un insieme di comportamenti che un manipolatore agisce nei confronti di una persona per confonderla, renderla dipendente, farle perdere la fiducia in se stessa e nel proprio giudizio di realtà fino a farla dubitare della propria sanità mentale. L’obiettivo del gaslighter è quello di privare la vittima dell’autonomia del suo Io, della sua autostima e della sua competenza decisionale, riducendola ad una condizione di dipendenza sia fisica che psicologica, esercitando e mantenendo su di essa controllo e potere.

Lo stato di soggezione psicologica in cui arriva a trovarsi imprigionata la vittima alimenta a sua volta, in una circolarità perversa, l’esigenza di rinforzare il suo legame con il carnefice, il più delle volte significativamente idealizzato e percepito come potente e sicuro, a fronte della propria vulnerabilità e insicurezza, alimentando così la spirale di dipendenza e ponendo le basi per la prosecuzione del comportamento manipolativo.

Sulla psicologia del gaslighting si sono pronunciati anche gli psicoanalisti Victor Calef ed Edward M.Weinshel (1981), inquadrandolo come una variante della relazione sadomasochistica.

Non vi sono parole per descrivere la sensazione di morte imminente che prova la persona colpita da questo tipo di maltrattamenti psicologici. Alla vittima è tolta la speranza del domani e ben presto manifesterà problemi psichici e psicosomatici.

In numerosi casi il comportamento di gaslighting è adottato dal coniuge abusante per chiudere rapporti coniugali travagliati dietro ai quali, molto spesso, si celano insoddisfazioni personali e relazioni extraconiugali.

Le fasi del gaslighing

Dal punto di vista degli effetti prodotti sulla vittima, il fenomeno del Gaslighting è caratterizzato da tre fasi:

• La fase dell’incredulità, nella quale la vittima, mantenendo ancora una sufficiente sicurezza di sé e conservando un’adeguata dose di obiettività, non attribuisce grande credito ai messaggi provenienti dal gaslighter.

• La fase della difesa, che interviene dopo che la strategia manipolativa del gaslighter si è già sviluppata attraverso molteplici espressioni vessatorie e che la vittima, abbandonando la sua precedente incredulità e, soprattutto, perdendo i residui della sua sicurezza, inizia a difendersi, confermando così che gli affondi del suo aguzzino hanno prodotto i risultati auspicati. In tale fase dilaga nella vittima anche la confusione, mentre il gaslighter si trova perfettamente a suo agio in quella che può essere definita una caccia del gatto con il topo.

• L’ultima fase definita della depressione, rappresenta lo stadio della resa: la vittima ha raggiunto la convinzione di essere “sbagliata” e accetta passivamente la realtà che le viene comunicata dal suo torturatore come l’unica vera e possibile, sprofondando in balia di vissuti di insicurezza, autosvalutazione e dipendenza. E’ in questa fase che interviene la cronicizzazione della violenza e la vittima diventa così dipendente dal suo aguzzino da isolarsi anche a livello sociale; da ciò deriva l’estrema difficoltà che essa riesca da sola a rendersi conto della trappola perversa nella quale è imprigionata e chiedere aiuto.

Un “sistema coppia” malato

Come ci mostra il film, Gregory ha bisogno di sedurre Paula per sentirsi potente e capace di esercitare dominio e controllo, ma d’altro canto anche Paula è desiderosa di essere sedotta: idealizzandolo, vede in lui un uomo forte e attraente e desidera disperatamente credere che sia dolce e protettivo nei suoi confronti.

L’insicurezza e la scarsa autostima di Paula, insieme all’idealizzazione che ha costruito del marito, da una parte, e le caratteristiche di personalità di Gregory, dall’altra, rappresentano l’alchimia perfetta per la messa in atto e la riuscita della strategia manipolativa del protagonista.

Quale sia l’àmbito nel quale questo fenomeno si manifesta, ciò che importa sottolineare è che il Gaslighting riguarda sempre e comunque non solo due persone, ma anche la loro relazione.

In un’ottica sistemica, che sottolinea l’importanza delle interazioni tra le persone, piuttosto che le singole caratteristiche individuali, il circuito perverso in cui si concretizza questa forma di subdola violenza è il frutto dell’intreccio sia di fattori legati alla personalità, sia di elementi comunicativi provenienti da entrambe le parti, che contribuiscono a forgiare e a dare un significato particolare a quella specifica relazione.

La scelta specifica dei due partner avviene attraverso una coesione psicologica ed emotiva che realizza un nuovo sistema, appunto il “sistema coppia”, nel quale il comportamento di ciascuno rappresenta contemporaneamente causa ed effetto di quello dell’altro, innescando così una circolarità reciproca.

D’altra parte, la relazione di coppia costituisce anche il soddisfacimento di alcuni bisogni fondamentali: la scelta del partner va a soddisfare aspettative profonde e inconsce della personalità, come l’esigenza di ottenere una conferma rispetto alla percezione di se stessi e degli altri e ai modelli relazionali.

Il gaslighting è una forma di violenza che nasce anche all’interno di rapporti precedentemente costruiti sull’amore. Poi, una frustrazione alla quale non si sa adeguatamente reagire e che mette in crisi la sicurezza e la fiducia che ripone in sé il manipolatore e tutto crolla: l’amore diventa maligno, aspro, fa soffrire emotivamente e distrugge la psiche della persona colpita dalle molestie. Così come le frecce del mitico Eracle, il gaslighting lascia ferite che nessuno potrà guarire.

Anche il gaslighting può essere quindi considerato una perversione relazionale basata sulla manipolazione psicologica, nella quale si realizza un incastro tra la personalità del gaslighter e quella della sua vittima.

Chi è il manipolatore?

Per essere un gaslighter è necessario in primo luogo essere un bravo manipolatore; al riguardo sono state identificate tre tipologie:

il tipico bravo ragazzo, che in apparenza sembra interessarsi e darsi da fare solo per il bene della vittima, sostenendola e incoraggiandola, mentre in realtà tutte le sue azioni sono mirate al soddisfacimento delle sue necessità;

l’adulatore, ossia colui che fa della lusinga il suo strumento manipolativo principale, per indurre la vittima alla vicinanza emotiva e alla totale fiducia: la vittima rimane preda dell’incanto del gaslighter, il quale non fa che sottolineare quanto lei sia superiore agli altri per cultura, bellezza, capacità e via dicendo;

l’intimidatore è invece chi esprime la violenza esplicitamente con un’aggressività diretta, ma anche attraverso la critica continua oppure il sarcasmo.

Dato che raramente è possibile dare una definizione univoca di tipologia psicologica, anche in questo caso può capitare che il manipolatore presenti in diversi momenti i differenti aspetti sopra citati, magari presentandosi nelle vesti di un adulatore in una fase iniziale della relazione, per conquistare la vittima e convincerla dei propri sentimenti, per passare poi a quelle del bravo ragazzo, mostrandosi attento e premuroso e indossare infine l’abito dell’intimidatore, allorché la vittima è ormai invischiata nella tela.

D’altronde i manipolatori sono estremamente abili nel rendersi affascinanti, e in un primo tempo può essere difficile riuscire ad avvertire note stonate in comportamenti che appaiono del tutto analoghi a quelli di un vero innamorato.

Oltre alla capacità di fingere nei sentimenti, e quindi di porsi da attore consumato nel ruolo di innamorato irriducibile e premuroso, un altro elemento che rende il gaslighter degno di questa definizione è la distorsione della realtà che riesce a produrre, non solo per manipolare la sua vittima, ma anche per gratificare se stesso, creando scenari nei quali assaporare un vissuto di importanza e di potere controbilanciando sentimenti di inferiorità e un’autostima deficitaria.

Il gaslighter avverte prepotentemente l’esigenza di dominare e controllare l’altro prosciugandone le energie da vero parassita psicologico e proiettando sulla vittima le sue inettitudini, e lo fa per dare un senso alla propria esistenza, altrimenti percepita come insignificante e inadeguata.

La psicologia bersaglio

Tuttavia, così come per essere gaslighter occorrono alcune caratteristiche particolari di personalità, anche per cadere nella rete di questa violenza psicologica, realizzando la circolarità perversa alla quale abbiamo accennato, è necessario che la vittima presenti determinate peculiarità soggettive, che accrescono la sua vulnerabilità e influenzabilità.

Fattori come una scarsa autostima, vissuti di insicurezza e una propensione alla dipendenza costituiscono elementi che posssono favorire la caduta in una spirale di violenza psicologica ad opera di un partner, per non parlare di esperienze pregresse di maltrattamento e abuso: è soprattutto in casi simili che può realizzarsi quell’epilogo apparentemente paradossale per cui, spogliata delle sue residue capacità di resistenza e completamente alla mercé del suo aguzzino, la vittima lo riconosce come unico sostegno e fonte di protezione, rinforzando sempre di più le maglie della sua catena psicologica.

E’ a questo punto che il vissuto di potenza ed esultanza derivante al gaslighter dalla condizione della vittima rappresenta veramente la chiusura di un cerchio, simbolo di un equilibrio che non concede spazio ad opposizioni e rotture, nel quale le estremità della linea tracciata attraverso la dinamica relazionale perversa tornano a ricongiungersi precludendo ogni via d’uscita.

E’ comprensibile quindi come la richiesta di aiuto o la capacità di far “aprire gli occhi” alla vittima arrivi da chi le sta intorno, altri familiari, amici o colleghi. E’ allora che può e deve iniziare il percorso di ricostruzione della propria identità, della fiducia e del senso di sè che porti la donna a liberarsi da una relazione perversa e dolorosa.

Un inquadramento giuridico

Il Gaslighting non gode di una propria esistenza riconosciuta in àmbito giurisprudenziale come fattispecie di reato; riconducendolo nell’àmbito delle manifestazioni di violenza all’interno del rapporto di coppia, il fenomeno comprende una serie di condotte qualificabili in termini di abuso psicologico, controllo e isolamento della vittima ed è classificabile come comportamento maltrattante. In linea di massima, il Gaslighting può essere dunque ricondotto al dettato degli art. 570 e 572 del Codice Penale, che disciplinano in generale la violenza morale e psicologica relativa ai maltrattamenti in famiglia.

Bibliografia:

Calef V., Weinshel E. (1981), “Some clinical consequences of introjection: Gaslighting”, Psychoanalytic Quarterly, 50(1), 44-66.

Filippini S. (2005), Relazioni perverse. La violenza psicologica nella coppia , Franco Angeli, Milano.

Mascialini R. (2009), Il gaslighter e la sua vittima , tesi di specializzazione A.I.P.C.

Rinaldi L. (2012), Quando il delitto non è reato. Il Gaslighting , tesi di specializzazione A.I.P.C.

Stern R. (2007) The Gaslight effect , Morgan Road Books, New York.

Zemon Gass G., Nichols W.C. (1988), “Gaslighting: A Marital Syndrome”, Journal of Contemporary Family Therapy, 10(1) , 3-16.

Articolo a cura di Dr. Alessio Sandalo.


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