La violenza sulle donne vista dagli occhi dei bambini

La violenza sulle donne vista dagli occhi dei bambiniIn foto il Pediatra dottor Carlo Alfaro invitato come esperto di Mamme al Centro al convegno contro il femminicidio tenutosi a Piano di Sorrento e Positano.

La violenza sulle donne vista dagli occhi dei bambini *Sono tristemente noti gli effetti devastanti della violenza perpetrata sui bambini, tanto nell’infanzia stessa- sintomi psico-somatici come cefalea e dolori addominali ricorrenti, disturbi alimentari e del sonno, ritardo del linguaggio, difficoltà nei rapporti sociali, insufficienza scolastica e di apprendimento, rallentamento dello sviluppo psico-motorio- tanto nelle età successive- ansia, depressione, psicosi, anoressia e bulimia, tossicomanie, tentati suicidi, comportamenti criminali. Ma anche la “violenza assistita”, ossia essere spettatore della violenza domestica- fisica, sessuale o anche verbale- su una persona per lui fondamentale come la madre, crea al bambino un trauma che può essere grave come nell’abuso diretto. Benché infatti i segni del dolore e della sofferenza siano meno evidenti e clamorosi rispetto alla violenza subìta direttamente, sono altrettanto profondi e duraturi, e restano impressi indelebilmente nella psiche. Secondo il rapporto dell’organizzazione non governativa Save the Children e del Garante dell’Infanzia della Regione Lazio, realizzato nel quadro del “Progetto europeo Daphne III: Minori vittime di violenza assistita di genere in ambito domestico. Analisi dell’efficienza del sistema di protezione”, almeno 400.000 minori in Italia hanno visto o percepito la violenza domestica sulle loro madri. I genitori spesso sottovalutano i danni della violenza domestica sui figli: molte mamme picchiate si illudono che i bambini dormano o non sentano o non capiscano e non si accorgano di quanto accade. Tuttavia, se anche i figli non assistono materialmente ai maltrattamenti, percepiscono perfettamente la tensione, la tristezza, la disperazione, l’angoscia, il terrore, lo stato di allerta della mamma. E’ stato studiato che persino i lattanti mostrano angoscia e preoccupazione se esposti ad interazioni piene di rabbia, a dimostrazione di quanto sia sbagliato il luogo comune che il bambino “è piccolo e non capisce”. Le madri vittime che negano che i figli possano subire conseguenze dall’assistere alla violenza oche addirittura tendono a difendere i partner sostenendo che con i figli non sono violenti rendono più difficile il far emergere la sofferenza e del disagio del minore e la possibilità di curarlo e aiutarlo. Gli effetti psicologici negativi sul bambino della “violenza assistita” possono essere così schematicamente sintetizzati: 1) Perdita della relazione di attaccamento con le figure genitoriali, fondante per l’equilibrio psico-affettivo dell’individuo. Si è trovato che i bambini molto piccoli esposti al conflitto domestico tra i genitori perdono la relazione di attaccamento sicura con le figure di accudimento(in primis la madre), trovandosi così privati della necessaria base sicura per la propria crescita emotiva. La relazione di attaccamento è quella che ci consente di diventare “resilienti”, cioè capaci di resistere a situazioni negative o traumatiche senza soccombere, perché sorretti da una forza interiore che ci mantiene in equilibrio. Un bambino che vede i genitori protagonisti di scene di violenza reciproca perde fiducia ed attaccamento in loro, minando così la sua sicurezza futura. 2) Comportamenti sbagliati della madre vittima del partner. Vi sono spesso casi di violenza fisica e trascuratezza nei confronti dei figli da parte delle madri vittime di violenza. Una donna vessata dal compagno, picchiata, umiliata, che teme continue aggressioni, difficilmente potrà conservare buoni livelli di risposta emozionale e di attenzione ai bisogni del figlio, rischiando di non riuscire ad occuparsi in modo sereno e positivo di lui, o addirittura di scaricargli addosso la propria rabbia e frustrazione. Il conflitto può diventare il centro dei pensieri della madre, il fulcro intorno al quale ruota la sua vita, ed il bambino diventare in qualche modo invisibile. 3) Vissuti di colpa nel bambino. I bambini, in virtù del pensiero egocentrico proprio dell’età, possono facilmente equivocare sulle cause degli scontri fra i genitori, attribuendoli al proprio cattivo comportamento, il che induce in loro sentimenti di fallimento, colpa, inadeguatezza, rabbia, impotenza, vergogna, con conseguente perdita di autostima. 4) Comportamenti “adultizzati”. Alcuni bambini possono acquisire comportamenti di accudimento e protezione verso la madre, mettendo in atto numerose strategie di tutela, come andare a controllare chi suona alla porta o rispondere al telefono per filtrare le telefonate del padre. Talvolta il bambino ha continui pensieri su come prevenire la violenza o tutelare e mantenere integre una o entrambe le figure genitoriali, che impegnano le sue operazioni mentali distogliendolo dal resto, o può addirittura evitare di uscire di casa perché la madre potrebbe essere picchiata in sua assenza, sviluppando assenteismo scolastico e isolamento sociale. 5) Sentimenti ambivalenti. Spesso i figli in situazioni di conflitto familiare imparano ad assumere comportamenti compiacenti e a dire bugie, dando ragione all’uno o all’altro genitore a seconda delle circostanze, o del genitore con cui si trovano. Ciò crea confusione nello sviluppo della loro identità e personalità. Il più delle volte non si confidano con nessuno, sviluppando due vite parallele, una normalità pubblica e una crisi entro le mura domestiche, che ha esiti negativi sul loro equilibrio interiore. 6) Danno dello sviluppo psico-motorio. I bambini di famiglie con violenza domestica cronica, oltre ad avere capacità empatiche ridotte, manifestano sovente anche capacità intellettive diminuite in quanto alti livelli di violenza durante l’infanzia compromettono lo sviluppo neuro-cognitivo e le abilità linguistiche. 7) Istigazione a comportamenti violenti. I bambini che assistono a violenza in casa possono sviluppare una cattiva concezione delle relazioni affettive, che vengono identificate come relazioni tra vittima e carnefice, vincente e perdente, ed interiorizzare l’idea che l’uso della violenza sia lecita nelle relazioni e che l’espressione di pensieri, sentimenti, emozioni, opinioni sia pericolosa in quanto può scatenare violenza. Una ricerca sul bullismo a scuola ha dimostrato che il 61% dei bambini vittime di violenza assistita diventano bulli, e che il 71% dei bambini che a scuola sono vittime di bullismo subiscono violenza assistita in famiglia. Diventati adulti, i maschi che si identificano con il padre possono convincersi che la violenza sulle donne sia un modo di comportarsi virile e accettabile, mentre più della metà delle bambine che hanno assistito a episodi di violenza tra i genitori da adulte sono state a loro volta vittime di violenze. Rischio di abuso fisico. Il rischio di essere anche direttamente abusati fisicamente o sessualmente aumenta significativamente per i bambini che vivono in una situazione di violenza domestica(dal 30 al 66% dei casi). 9) Vite spezzate. Molto spesso le vite dei bambini sono gravemente sconvolte dalla violenza domestica e caratterizzate da innumerevoli perdite: cambiamenti di casa, città, scuola, separazioni familiari, perdita di tutto ciò che c’è di sicuro e rassicurante. 10) Depressione e ansia. In adolescenza compaiono spesso in questi bambini sintomi ansiosi e depressivi, che possono anche culminare in comportamenti suicidari. Cosa si può fare per i bambini vittima di violenza domestica? Innanzitutto, investire sulla prevenzione. E’ ancora troppo diffusa l’idea che la violenza contro le donne ed i bambini sia in qualche modo da considerare una pratica accettabile, e solo quando si è di fronte ad una violenza estrema essa viene condannata con fermezza da tutta la società. Questa mentalità va rigettata con decisione. Oltre a contrastare la mentalità che giustifica la violenza, bisogna investire sulla resilienza dei bambini, quindi proteggere la relazione madre/bambino sin dalla gravidanza. Quando la violenza è già posta in essere, occorre fermarla prima di pensare a degli interventi di sostegno psicologico o di terapia del bambino o della donna. La mentalità che l’allontanamento dalla famiglia per un bambino sia più dannoso della violenza che costantemente deve subire, è ancora troppo diffusa, ma sbagliata. Gli interventi messi in atto sono riconducibili a due tipologie: quelli centrati sulle donne vittime dirette di violenza, e quelli sui minori e le famiglie. Un impegno che chiama Ministeri competenti, Regioni e enti locali a stanziare adeguate risorse economiche per sostenere la rete dei servizi (operatori sociali, autorità giudiziaria, forze dell’ordine) preposte a questo scopo. C’è la vita dei bambini in gioco. Il nostro futuro.

* Il Pediatra dottor Carlo Alfaro è stato invitato come esperto di Mamme al Centro al convegno contro il femminicidio a Piano di Sorrento il pomeriggio e a Positano la mattina del 25 novembre, giornata mondiale contro le efferate violenze di genere

Da Redazione


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