Sport paralimpico, è un momento magico: “ma dobbiamo allargare la base”

Sport paralimpico, è un momento magico: "ma dobbiamo allargare la base".Ad un anno dai giochi di Londra, lo stato di salute del movimento paralimpico raccontato da Luca Pancalli: i successi sul campo, l’attività promozionale, il ruolo dei territori, le difficoltà delle società sportive, i problemi culturali, il ruolo della comunicazione.

ROMA – In forma smagliante, con grandi campioni che si confermano e nuovi talenti che escono allo scoperto. Un anno dopo le Paralimpiadi di Londra 2012 (un enorme e straordinario successo di pubblico, la consacrazione definitiva di un evento capace di regalare emozioni e di giocare un ruolo positivo nella percezione della disabilità), il movimento paralimpico italiano vive un momento d’oro, raccogliendo i risultati di una programmazione e di una progettazione attentamente studiati negli anni passati. Ma per il presidente del Cip, Luca Pancalli, la vera sfida per il futuro è il tema della promozione e dell’allargamento più ampio possibile della platea di persone disabili che praticano sport. Una sfida che richiede la collaborazione dei singoli territori, perché è inutile promuovere lo sport paralimpico se poi nelle città e nelle regioni non si trova il modo di supportare l’azione delle società sportive sul territorio, profondamente colpite dalla crisi economica in atto. Al presidente del Cip abbiamo chiesto un bilancio a dodici mesi dalle emozioni di Londra.

Presidente Pancalli, un anno dopo Londra gli azzurri non finiscono di stupire…

Lo stato di salute del movimento non è mai stato così buono: Londra 2012 è stato un momento straordinario, con il miglior risultato degli ultimi 20 anni, ma anche nei dodici mesi che sono seguiti le nostre federazioni hanno continuato a mietere successi fino a quelli conquistati nei recenti campionati mondiali. Da quelli di ciclismo a quelli di atletica leggera, dal nuoto, dalla scherma, da tanti altri sono arrivate non soltanto conferme di straordinarie campioni ma anche la scoperta di nuovi talenti che sicuramente sapranno raccontare la loro sul palcoscenico di Rio 2016.

Merito anche della programmazione federale?

Si, è la dimostrazione, evidentemente, che si è ben lavorato, che c’è una buona progettazione alle spalle. Personalmente non sono felice, sono stra-felice perché significa che tutto quello in cui avevo creduto nel momento in cui sono state poste le basi dell’attuale assetto organizzativo sta pagando. Quella professionalità e specificità di intervento propria delle federazioni sta producendo i propri effetti rispetto alla situazione precedente che vedeva una sorta di coacervo nel quale, in un tutt’uno, si trovavano confuse discipline completamente distanti fra di loro, con tecnici e dirigenti che non parlavano la stessa lingua. La specificità di intervento è all’origine dei frutti che stiamo raccogliendo oggi.

E sono in arrivo anche nuove discipline…

La canoa e il triathlon entreranno nel programma paralimpico a partire da Rio 2016 e stanno attraendo molti giovani, così come speriamo facciano due sport di squadra: il rugby in carrozzina e la pallavolo sitting. Il primo è ormai ben avviato, con la nazionale alle sue prime esperienze internazionali; la seconda è in fase di partenza dopo che proprio Londra fu galeotta, visto che furono proprio le immagini provenienti dalle Paralimpiadi a stimolare molti tecnici ad attivare spontaneamente progetti per la pratica della pallavolo sitting. Iniziative che ora convergono tutte in un unico progetto affidato alla Federvolley.

Oltre l’agonismo però c’è di più: cosa si sta facendo per il movimento di base?

L’obiettivo che abbiamo di fronte è quello della promozione dell’attività sportiva paralimpica: su questo stiamo mettendo tutto il nostro impegno, tessendo rapporti con le unità spinali e promuovendo nelle scuole progetti che vadano in questa direzione. È però chiaro che un’azione promozionale forte a livello nazionale se non trova poi un riscontro nella capacità del territorio di essere accogliente rispetto all’eventuale nuova domanda di offerta sportiva che si dovesse generare, rischia di essere vanificata. Nel concreto, cioè, noi possiamo sicuramente far conoscere la possibilità sportiva ad un ragazzo campano, sardo o laziale durante il suo periodo di degenza nell’unità spinale o nel centro di riabilitazione che lo ha in cura, ma se poi, quando torna a casa, non esiste sul suo territorio, nella sua regione, nella sua città, una società sportiva pronta ad accogliere la sua richiesta di fare sport, è chiaro che il praticarlo per lui rimarrà sempre e solo un sogno.

I problemi non mancano quindi…

La scommessa del futuro è quella di riuscire ad affiancare alla nostra azione promozionale anche un’azione di sollecitazione del territorio affinchè nascano più cellule vitali. Si badi bene: questo è il problema di tutto lo sport italiano, non solo di quello paralimpico, perché oggi con la crisi economica del paese quelle che sono andate in maggior sofferenza rispetto alla vitalità sono proprio le società sportive, non solo le nostre, ma quelle di tutti. Dagli enti locali non arrivano risorse (o ne sono rimaste pochissime), il sostegno del privato non c’è: è un momento generale di grande difficoltà.

C’è forse anche un problema culturale?

Per alcuni territori è senza dubbio anche una questione culturale: come in tante altre dimensioni, anche nello sport paralimpico è il nord del paese a fare la parte del leone: per questo bisogna investire molto di più in quelle aree di sofferenza, alcune anche di marginalità sociale, nelle quali è più difficile far passare una cultura nuova che utilizza lo sport come strumento positivo. I nostri atleti più affermati hanno un ruolo importante in questo perché sono protagonisti di un messaggio virtuoso, sono quelli che ce l’hanno fatta, sono quelli che possono comunicare che l’obiettivo di fare sport e farlo bene è raggiungibile. E’ un messaggio, il loro, che contrasta con le chiusure culturali che caratterizzano alcuni territori.

A proposito di approccio culturale e di comunicazione, si disse che dopo Londra nulla sarebbe stato come prima…

Dopo Londra indubbiamente un calo di attenzione c’è stato: ma era inevitabile e fisiologico, l’avevo fatto notare subito di fronte alle parole con le quali il presidente del Comitato organizzatore dei Giochi, Sebastian Coe, aveva chiuso le Paralimpiadi: “Nulla sarà più come prima”. E’ vero però che, dal punto di vista comunicativo, un’attenzione costante oramai esiste, anche perché abbiamo atleti in grado di far parlare di loro. La copertura giornalistica degli avvenimenti più rilevanti continua ad essere assicurata: in particolare la Rai dovrebbe garantire la copertura dei giochi invernali di Sochi 2014 e sono fiducioso nella presenza anche di Sky. Ma al di là dei grandi eventi c’è sempre bisogno di persone che raccontano lo sport con convinzione e passione, e non perché devono garantire alla meno peggio un dovere di cronaca. E poi c’è una valenza doppia, perché lo sport rappresenta uno dei pochi strumenti di positività che incidono nell’immaginario collettivo relativo alla disabilità, la cui comunicazione è solitamente colorata in negativo.

Di Stefano Caredda

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