Intervista ai Glaam, band testimonial del progetto “Sbullit Action”

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Andrea Albertini e Alessio Vincenzetti dei Glaam, sono con noi a rispondere alle nostre domande:

Come nasce la vostra esperienza musicale?

Dunque, ci siamo conosciuti a metà/tardi anni ’90… al tempo esisteva un gruppo già formato… c’è stato un cambio di cantante e io mi sono inserito in questo gruppo. Abbiamo iniziato nel periodo in cui era di voga il “Grunge”, quindi all’epoca facevamo un tipo di musica che era a metà tra il “Grunge” e il “Cross-over”… si cercava di fare della musica del genere però con testi in italiano. Dopo siamo passati attraverso varie esperienze, dall’”Indie” più estremo, dall’”Underground” tipico degli anni ’90, alla grande produzione quando abbiamo incontrato Roberto Casini che è stato il batterista di Vasco Rossi e suo autore. Quindi diciamo che abbiamo cavalcato le varie onde possibili della musica in Italia. Dopo l’ultimo disco in inglese stiamo producendo un nuovo disco in italiano e che altro dire… non dico che sono 20 anni, ma quasi, che ci conosciamo e che è iniziato tutto.

Che effetto pensate possa avere la vostra musica o la vostra band sui giovani?

Speriamo di avere un effetto comunicativo a tutti i livelli, cioè a qualsiasi età diciamo, perché la nostra musica è comunque frutto di una maturazione negli anni, non siamo ventenni, abbiamo qualcosa di più di vent’anni, quindi la nostra maturazione musicale parla della storia della maturazione personale e quindi parla anche a gente adulta, ma parla anche di cose recenti e moderne, quindi parliamo anche ai giovani. Cerchiamo quantomeno di comunicare determinati messaggi, uno dei messaggi che cerchiamo di comunicare è l’apertura verso quelle che ancora oggi vengono chiamate diversità. Come l’omosessualità ad esempio. Quindi cerchiamo di portare tutti i livelli di discussione alla normalità, perché è la normalità. Ma ancora non è definita tale ed è vista in modo particolare e strano. Inoltre questo, tra ragazzi più che tra le ragazze, è motivo di bullismo… ed è un tema che voi trattate…

La musica è aggregazione, comunicazione ma soprattutto veicolazione di messaggi, molto spesso ci sono temi ricorrenti, ne avete altri oltre a quelli di cui ci avete già parlato?

La nostra musica è solitamente molto intimista quindi parla di esperienze personali dirette, sensazioni, però sono tutte cose che vengono dalla nostra esperienza personale, in tutti i campi, cerchiamo di comunicare quello che sentiamo noi in rapporto alla società e in rapporto a quelli che sono i problemi più trattati oggi, però vengono sempre tutti dall’esperienza personale. I meccanismi per i quali tu sensibilizzi difficilmente potrei dirteli, quando esprimi un concetto lo esprimi perché lo hai digerito, quindi quello che tu esprimi è quello che tu hai provato nel passare attraverso la verifica di un determinato pensiero e lo comunichi allo stesso modo. Ci sono concetti nei quali tu ti confronti giornalmente o ti sei confrontato in vent’anni, o in dieci anni, e su questo hai raggiunto un’idea, una maturazione, o semplicemente hai “respirato” qualcosa di nuovo, e quando suoni tu rimandi questo, anche senza coscienza, e questo mi piace. È però difficile parlare direttamente se si vogliono lanciare dei messaggi particolari, soprattutto perché quando sei su un palco qualsiasi cosa tu dica viene amplificata e devi stare secondo me molto attento sia quando canti qualcosa e quindi canti i testi che hai scritto, o quando suoni, perché dal palco tutto può essere assolutamente alterato, dal palco può accadere che il messaggio che tu mandi venga distorto quindi è sempre una posizione pericolosa.

In questo caso la distorsione a cosa porterebbe?

La distorsione porterebbe a una mal interpretazione e a un mal posizionamento degli individui che sono sul palco rispetto al problema. È fondamentale capire che quando sei su un palco tu non hai un reale rapporto diretto con le persone, questo è chiaro, il rapporto con l’altro si ha a quattrocchi quindi già il fatto di stare “sopra” significa che c’è qualcosa che non và. Non è mai un dialogo, cioè tra musicisti che sono sul palco e un pubblico, è una comunicazione in un unico senso, non c’è la possibilità di una spiegazione, noi adesso stiamo facendo un’intervista, tu mi stai facendo delle domande e io ti do delle risposte, a ogni risposta che io ti dò tu cerchi di capirmi e di capire quello che ti sto dicendo, quindi c’è un dialogo, stiamo dialogando. Dal palco non puoi farlo.

Diresti mai due parole dal palco invitando quei giovani violenti ad essere più comprensivi appunto nei confronti dei loro coetanei?

Mah… io direi altro, forse è un po’ banale, mi viene da dire che l’alternativa a certi tipi di comportamento sia il fare, al momento stiamo parlando di musica quindi faccio un esempio inerente, ad esempio mi vien da pensare che se questi ragazzi avessero in mano una chitarra o una batteria quando non sanno che fare, la loro mente vagherebbe verso la voglia di suonare e probabilmente non sarebbero nemmeno interessati ad avere certi tipi di comportamento.

Fareste mai da testimonial ad un progetto come “Sbullit Action”?

Certamente, sì.

Da Redazione

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